Polyorama Panoptique, large size, with seven transforming views















| Macro-category | Ancient Games and Pre-cinema |
| Subcategory | Optical Devices |
| Author | Anonymous |
| Provenance | France |
| Year | 1850 |
un teatro di luce in una scatola
un esemplare completo, di metà Ottocento, del
«Polyorama Panoptique» di grande formato di Lemaire
con sette vedute trasformabili originali
Lefort, Pierre-Henri Amand (inventor). Polyorama Panoptique. Paris: Lemaire, opticien, ca. 1850.
Visore a cassetta in legno (210 × 380 × 140 mm a scatola chiusa, estensibile a 210 × 380 × 360 mm con il soffietto disteso), con pannello oculare frontale in legno duro tinto, sagomato alla base e munito di una lente di visione circolare (84 mm di diametro), la lente trattenuta entro una montatura concentrica in legno, e un piccolo tirante o pomello posto sotto la lente. L’apparecchio è dotato di un soffietto estensibile in carta verde, integro, che termina al pannello oculare. Il corpo incorpora un coperchio superiore incernierato per la modulazione della luce riflessa e un elemento apribile posteriore per l’illuminazione trasmessa. L’interno è dipinto o rivestito di carta scura per accentuare il contrasto. Sette vedute litografiche originali su carta, colorate a mano e montate in sottili telai di legno (ciascuna di circa 250 × 190 mm), con perforazioni selettive e pittura a rovescio per produrre un duplice effetto giorno e notte sotto luce alternata, riflessa e trasmessa.
Il Polyorama Panoptique appartiene alla famiglia ottocentesca degli intrattenimenti ottici domestici che miniaturizzarono le spettacolari trasformazioni dioramiche dei grandi spazi pubblici in un apparecchio portatile destinato alla visione privata. Il suo principio essenziale risiede nell’alternanza controllata fra due regimi di illuminazione: uno stato “giorno”, letto sotto luce ambientale riflessa, e uno stato “notte”, rivelato dalla retroilluminazione. Questa trasformazione si ottiene mediante una combinazione di perforazione selettiva, mascherature opache e pittura a rovescio. Nel presente formato extra-grande l’effetto è notevolmente amplificato dalla scala delle trasparenze, che si avvicinano alle dimensioni di piccoli quadri da gabinetto più che ai fogli in formato giocattolo di più comune reperibilità. I soggetti scelti, Londra e le sue moderne opere di ingegneria, gli spazi mondani dello svago, i parchi monumentali e le scene di festa esotica, documentano la fascinazione di metà Ottocento per lo spettacolo urbano, il viaggio, l’attualità e il teatro della luce moderna.
Il quadro storico generale, compresi il brevetto di Lefort del 1849 e la diffusione commerciale del dispositivo da parte di Lemaire in varie dimensioni, è trattato nelle rassegne di riferimento sugli intrattenimenti ottici e negli studi dedicati al passaggio dalla tradizione settecentesca del guckkasten alle trasparenze trasformabili dell’Ottocento.
Il presente esemplare rappresenta la variante di grande formato del Polyorama Panoptique di Lefort, distinta anzitutto dalla capacità di accogliere trasparenze intelaiate sensibilmente più grandi rispetto ai più frequenti modelli medi e piccoli. Sul piano funzionale, l’apparecchio resta fedele al concetto fondamentale di Lefort e Lemaire: una camera di visione compatta, ridotta otticamente da un’unica lente frontale e oscurata all’interno, entro la quale la trasparenza è tenuta su un piano fisso. L’immagine è “animata” non dal movimento meccanico, ma dall’orchestrazione della luce. In esercizio, l’aspetto “giorno” si osserva a coperchio aperto, lasciando che un’ampia luce riflessa cada sulla faccia della trasparenza. L’aspetto “notte” emerge quando il coperchio superiore viene chiuso per sopprimere i riflessi parassiti e l’apertura posteriore viene impiegata per ammettere una sorgente di luce orientata dietro l’immagine. La trasformazione si fonda su tre interventi materiali. Primo, il taglio o la perforazione selettiva segna i punti destinati a risplendere, tipicamente finestre, lampade, fuochi d’artificio o lanterne. Secondo, carte di supporto o membrane traslucide modulano la tinta e la diffusione della luce trasmessa. Terzo, la pittura a rovescio e le stesure opache sopprimono o rimodellano le forme fra i due stati, cosicché una struttura architettonica leggibile di giorno può dissolversi in una silhouette luminosa di notte, e una superficie neutra può divenire un campo di illuminazione punteggiato di tocchi colorati.
Il programma iconografico delle sette vedute è insolitamente coerente nella sua enfasi sulla modernità metropolitana e sullo spettacolo notturno. L’inclusione di “La Tamise – Le Tunnel (Londres)” è particolarmente significativa: il Tunnel sotto il Tamigi, celebrato al tempo stesso come meraviglia dell’ingegneria e attrazione turistica, costituiva un soggetto ideale per un mezzo la cui intera retorica ruotava attorno al dramma dell’ingresso nel mondo moderno illuminato. In un registro analogo, Temple Bar (Londres) evoca la storica soglia cerimoniale della City di Londra, mentre il Café des Ambassadeurs e il Parc de St. Cloud riflettono il gusto di metà secolo per gli spazi mondani dello svago, le passeggiate e la coreografia dell’illuminazione pubblica. Il programma si estende oltre l’Europa, nell’immaginario ottocentesco della “notte esotica”, con Canal de Canton Fête des Lanternes China, dove l’illuminazione delle lanterne non è un semplice effetto pittorico ma il soggetto esplicito della veduta, che funge da dimostrazione autoreferenziale del principio stesso del polyorama.
Le sette vedute
“La Tamise – Le Tunnel (Londres)” (condizioni molto buone).
Una veduta di Versailles e delle sue fontane di notte (pannello intelaiato con giunto incollato).
La Croce di Luce nella chiesa di St. Marc (pannello intelaiato con giunto incollato).
Il Café des Ambassadeurs (pannello intelaiato con giunto incollato).
“Canal de Canton Fête des Lanternes China” (visivamente eccellente, pannello con tagli non restaurati).
Parc de St. Cloud (pannello con tagli non restaurati).
Temple Bar (Londres) (pannello con tagli non restaurati).
La stratificazione delle condizioni all’interno della serie, con una tavola notevolmente meglio conservata e altre che presentano giunti o tagli, è del tutto coerente con l’uso storico di simili vedute, maneggiate di frequente, ripetutamente inserite ed estratte dalla fessura di visione e spesso conservate senza custodie rigide di protezione.
Il Polyorama Panoptique si comprende al meglio come un capitolo tardo di una lunga storia europea della visione mediata, nella quale il guckkasten settecentesco e le sue vedute ottiche a stampa si evolsero nei dispositivi ottocenteschi dedicati al dramma controllato dell’illuminazione. Nella tradizione più antica, l’illusione di profondità e di viaggio dipendeva anzitutto dalla prospettiva, dal rovesciamento speculare e dall’ingrandimento della lente. La trasparenza trasformabile dell’Ottocento è invece un’arte della sequenza temporale, che offre non semplicemente un luogo, ma un luogo nel tempo: il giorno che cede alla notte, la calma allo spettacolo, l’architettura ordinaria allo splendore della festa. Lo stesso interesse per la metamorfosi visiva era già stato sfruttato su scala monumentale nel Diorama di Daguerre, e il Polyorama può essere inteso come il suo analogo domestico e borghese, che traduce lo spettacolo pubblico in un’esperienza da tavolo.
L’oggetto appartiene inoltre alla cultura materiale dei cosiddetti “giocattoli scientifici”, in cui intrattenimento e dimostrazione ottica si intersecano. La manipolazione di sportelli e aperture da parte dell’osservatore non è accessoria: incoraggia una comprensione esperienziale della distinzione fra luce riflessa e luce trasmessa, e dei modi in cui l’informazione ottica viene trasformata dall’illuminazione. Questa dimensione didattica non esaurisce tuttavia il significato dell’oggetto. L’iconografia delle vedute trasformabili, guerra, viaggio, feste esotiche, ingegneria moderna, caffè alla moda, rispecchia quella della stampa illustrata e degli intrattenimenti panoramici dell’epoca. Il polyorama partecipa così a una più ampia economia delle immagini, in cui la novità nasce non solo da soggetti nuovi, ma da nuovi regimi visivi, in particolare dall’esperienza, da poco divenuta merce, della notte: la luce a gas, i fuochi d’artificio, le feste delle lanterne e l’illuminazione teatrale dei monumenti. In questo quadro, il formato extra-grande del presente esemplare acquista un’autentica importanza collezionistica. Vedute più grandi implicano costi di produzione più alti, una coloritura più ambiziosa e una più forte presenza come “quadri da gabinetto” autonomi, una volta estratte dall’apparecchio. Presuppongono inoltre un interno domestico capace di accogliere il rituale della visione, compresa una retroilluminazione controllata, e suggeriscono un ambiente alto-borghese più che un mercato del giocattolo puramente infantile.
Pierre-Henri Amand Lefort (attivo a Parigi, metà del XIX secolo) fu un fabbricante francese di giocattoli e strumenti ottici. Il suo contributo principale fu il brevetto del 1849 per il Polyorama Panoptique, descritto come “une lunette pliante et un filtre optique” e concepito per creare molteplici effetti di luce. Se Lefort si assicurò l’invenzione, fu l’ottico Lemaire a commercializzarla estesamente, producendone grandi quantità ed esportandole in tutta Europa. Oltre al Polyorama, Lefort sperimentò anche stereoscopi e dispositivi affini, nessuno dei quali ebbe però la stessa vasta risonanza. La sua opera appartiene alla tradizione degli artigiani parigini che fecero da ponte fra i mondi della scienza, della pedagogia e dell’intrattenimento.
L’ottico Lemaire è ripetutamente indicato nella letteratura specialistica come uno dei principali fabbricanti che portarono il concetto di polyorama a larga circolazione, producendo l’apparecchio in diverse dimensioni e proponendolo sul mercato come intrattenimento ottico alla moda. Nel quadro della Parigi ottocentesca, l’ottico-fabbricante occupa un ruolo paragonabile a quello di un costruttore di strumenti in equilibrio fra legittimità scientifica e intrattenimento popolare: le stesse botteghe e gli stessi ambienti di vendita che fornivano lenti e strumenti potevano fornire anche giocattoli ottici, la cui credibilità dipendeva da un’ottica competente e da una produzione di immagini attraente.
Condizioni: Il visore è, nel complesso, in buone e oneste condizioni, con la prevedibile usura del rivestimento in carta verde lungo bordi e angoli. Il soffietto verde appare integro e strutturalmente solido. Il pannello oculare in legno mostra un’usura superficiale coerente con la manipolazione. Il coperchio e gli elementi posteriori di illuminazione sono presenti e appaiono funzionanti. Una veduta, “La Tamise – Le Tunnel (Londres)”, è in condizioni molto buone. Tre tavole intelaiate presentano giunti incollati. Altre tre tavole mostrano tagli non restaurati.
Bibliografia: R. Balzer, Optical Amusements: Magic Lanterns and Other Transforming Images. A Catalog of Popular Entertainments, New York, Harry N. Abrams, 1987; B. Verreycken, Der Guckkasten, Marburg: Jonas Verlag, 2015; Mannoni, Laurent, The Great Art of Light and Shadow: Archaeology of the Cinema, Exeter: University of Exeter Press, 2000.



